Evoluzione, la difesa della casualità e la violenza sulle donne. Non si ferma con la retorica ciò che non si conosce.

Fa spesso parte della retorica intellettuale portare avanti la distinzione tra le categorie di semplice, complicato e complesso. Una trilogia che, se può essere utile per fare delle descrizioni, non di rado ha con sé la valenza di riuscire a confondere e far perdere di vista la possibilità di comprendere la natura della realtà. Il rischio è quello di creare la percezione di tre categorie tra loro separate senza che possa esserci un passaggio tra una forma e l'altra, con un implicito ritorno all'esistenzialismo creazionista. Ciò che è semplice rimarrebbe semplice, ciò che è complesso resterebbe complesso e il complicato sarebbe un'altra realtà a se stante, intermedia tra le prime due ma ben distinta. La conseguenza diretta è quella di riuscire ad arrestare ogni tentativo di spiegazione scientifica, dal momento che l’irriducibilità al semplice della complessità sbarra la strada a ogni tentativo di arrivare ai meccanismi e alle leggi scientifiche semplici e di base in grado di fornire esaurienti spiegazioni di realtà dinamiche e articolate come quella della vita e dell’universo. Se una struttura come un organismo vivente, una dinamica chimica, fisica o sociale non possono essere ridotte a una interazione (leggasi anche funzione) tra le parti che la compongono l’unica soluzione possibile rimarrebbe quella di un’altra entità complessa che la spiega nella forma della creazione. Si innescherebbe un processo senza fine di una tartaruga che siede su un’altra tartaruga che a sua volta ha una tartaruga sopra di sé, all’infinito. La porta della metafisica e del trascendente, a cui la mente non può arrivare, rimarrebbe spalancata; la comprensione rimarrebbe ancorata a quella visione dantesca di percezione vaga che risiede al di là delle capacità della mente mortale dell'uomo. La via è stata sin troppo battuta: è quella delle spiegazioni religiose di varia natura e contingenze storiche. Una fede in qualcosa al limite dell’indefinito, quando non è una divinità personale, che è oltre le possibilità umane e che si può solo intuire.
Se cedere a questa tentazione è comprensibile e sin troppo umano, come lo è stato nei millenni trascorsi della storia dell'umanità che ha visto nascere e morire centinaia di religioni e di spiegazioni metafisiche, la logica suggerisce invece che questo metodo non è una soluzione. La studio della realtà da quella fisica, a quella biologica per terminare con quella sociale conferma che ritenere irriducibile la complessità è un errore. L’infinita varietà di stelle, galassie e sistemi solari risponde a leggi semplici come quella di gravitazione; le innumerevoli forme viventi si sono formate seguendo i semplici principi dell'evoluzione senza finalità preordinate; i tentativi di comprendere l'universo si concentrano nel cercare un’unica grande forza (una teoria unifica); l’osservazione nel 2012 di una particella con le caratteristiche del bosone di Higgs è stato un ulteriore passo in avanti verso l’unificazione delle quattro forze dell’universo (l’interazione gravitazionale, l’interazione elettromagnetica, la nucleare forte e quella debole), ma già il modello a quattro forze è relativamente molto semplice se correlato alla complessità dell’universo che è in grado di spiegare.
La migliore domanda epistemologica è chiedersi quale sia la spiegazione più semplice in grado di spiegare un fenomeno anche nella sua varietà e complessità di manifestazione.
Ne scaturisce da questa logica del sapere, come conseguenza, una valenza etica della comprensione, sopratutto riguardo alle realtà sociali ed ai comportamenti individuali. Solo l’educazione, intesa nel senso di conduzione fuori dall’ignoranza, è in grado di porre le basi per spingere («condurre», nel senso più strettamente educativo) gli individui verso azioni morali in grado di tessere un’etica condivisa. Il sapere scientifico è corrosivo di ogni pregiudizio e non può sussistere nessuna eticità in presenza di pregiudizi e false realtà.
La violenza sulle donne, di cui si torna a parlare ogni anno in occasione dell’otto marzo, racchiude tutti gli aspetti di cui si è scritto, tanto da divenire l’emblema di un’etica che nasce da una conoscenza che non ha il timore di ridurre la complessità per raggiungere la cause profonde della spiegazione della realtà.
È stata definita endemica. Vuol dire che accade ovunque: in ogni cultura e società senza distinzione di censo, religione, zona geografica. Pertanto la causa principale va distinta da quelle correlate ma secondarie e va ricercata altrove. Tutto nasce da una differenza biologica, e questa differenza è stata all’inizio casuale e di lieve entità, ma ha aperto due linee di sviluppo talmente diverse, nella nostra specie, che hanno permesso il radicarsi di sfruttamento e violenza, praticamente ovunque.
All’inizio la riproduzione sessuale, con molta probabilità, si realizzava con due gameti simili. La modifica casuale che ne ha reso uno più grande e con più nutrimento portava con sé evidenti vantaggi nell’allungarne la vita ed aumentando le probabilità di incontrare il gamete di sesso opposto. Ma questo successo evolutivo ha aperto l’orizzonte alla possibilità di una via di adattamento speculare. In un ambiente di gameti più grandi ma meno mobili possedere molti gameti piccoli rappresentava una strada vantaggiosa. Chiamarne i più grandi uova o gameti femminili è solo una convenzione. L’aspetto interessante e intrigante riguarda i percorsi evolutivi successivi a questa biforcazione iniziale che hanno avuto come conseguenza quella di raggiungere differenza macroscopiche tra i due generi (specialmente nella specie umana). I corpi si sono sviluppati in direzioni diverse: quello femminile strutturato ad accudire il numero limitato, e più prezioso, di risorse riproduttive e quello maschile orientato ad altre attività fisiche. Le risorse riproduttive maschili sono talmente tante da non necessitare eccessive cure e vengono messe al sicuro e accudite dall’altro sesso.
Da un così semplice inizio la maggior parte dei fattori economici religiosi e sociali sono stati dirottati e strumentalizzati per accrescere e giustificare razionalmente le differenze tra uomo e donna, accrescendole maggiormente e portandole fino ad uno iato macroscopico, in cui violenza e soprusi sono gli effetti finali di un processo caotico che si è autoalimentato ed possiede ancora la tendenza a sostenersi e a crescere.
Ne è testimonianza l’accordo esplicito, in fatto di negazione dei diritti della donna, che esiste tra le principali religioni. L’intesa tra religione cristiana e mussulmana in materia di limitazione dei diritti riproduttivi si è concretizzata con la contestazione del documento a cui lavorava «la cinquantasettesima sessione della Commission on the Status of Women, che aveva come tema l’eliminazione e la prevenzione di ogni forma di violenza contro le donne e le ragazze».I paesi dell’Organizzazione per la Cooperazione Islamica (OIC) e dalla Santa Sede, entrambi osservatori permanenti alle Nazioni Unite avevano opinioni convergenti: «In particolare, denunciano gli attivisti per i diritti umani, la cordata vaticana voleva togliere i riferimenti alla contraccezione, all’interruzione volontaria di gravidanza e al trattamento e la prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili quali diritti da garantire alle donne che subiscono violenza. Invece la cordata islamica puntava piuttosto a introdurre una clausola che permettesse agli stati di non implementare gli strumenti per garantire questi diritti alle donne nel caso in cui fossero in contrasto con la legge in vigore e con i “valori” religiosi o culturali. In pratica, le due impostazioni convergevano negli obiettivi, per negare alle donne tutele sulle conseguenze di stupro o violenza: la Chiesa cattolica invocava il ‘valore della vita’ per imporre un’agenda no-choice in sede internazionale, mentre i paesi islamici intendevano far valere una sorta di ‘obiezione di coscienza statale’ proteggendo la propria impostazione confessionalista che pone le donne in uno stato di minorità.»
Questa comunione di intenti può apparire strana solo a coloro a cui sfugge la connessione profonda evolutiva (intesa priva di ogni senso finalistico) tra le strutture socio culturali e la difesa di una realtà di sfruttamento che è nata per una piccola casualità iniziale su cui convergono, e sono confluiti per secolo, altri elementi ad alimentarla. Questo è accaduto tra il 4 e il 15 marzo di quest’anno, il 2013.
L’endemicità di questo tipo di violenze, soprusi, discriminazioni e persistenze culturali risiede nella sua natura iniziale. L’unico modo per limitarla fino alla sua eliminazione è quello di spiegare chiaramente di cosa si tratta: un evento casuale non premeditato tanto meno progettato, che ha aperto linee di cambiamento che si sono autoalimentate. I pregiudizi si disinnescano solo con la comprensione. Anche culture, abitudini, religioni e prassi sociali dei ruoli millenarie vengono ridicolizzate quando costruiscono giustificazioni articolate per difendere solo un evento casuale avvenuto qualche milione di anni fa. Evento, che non aveva nessuno scopo, nessuna preordinazione, semplicemente rispondeva a una necessità di sopravvivenza:un gamete leggermente più grande, con più nutrimento ma meno mobile. Vi è una forza disgregante anche nei confronti dei ruoli sociali troppo spesso ancora spiegati come una rigida distinzione di capacità, attitudini, predisposizioni. Come si fa a cercare di ingabbiare una donna, una bambina, in un rigido ruolo che si ritiene giusto e prestabilito solo perché una cultura giustifica lo status quo dovuto al caso? Questi tentativi sono voluti da coloro che, avendo avuto la fortuna di essere dalla parte di coloro che hanno molti e mobilissimi gameti, cercano di conservare la propria posizione di vantaggio imbellettandola con orpelli dai vari nomi: religione, cultura, tradizione, ruolo attribuito magari da un dio. Scambiano un processo evolutivo non finalistico di cambiamento o con un progetto che non c’è, o, condizione simile, con una natura dai processi perfetti e finalistici. Questa natura non esiste, molti rimarranno delusi.
L’unico modo per fermare quello che condanniamo (lo sfruttamento e la violenza sulle donne, sui bambini, sui più deboli, su coloro che sono economicamente svantaggiati e su tutti quelli che sono stati messi dai casi della propria vita in condizioni di minoranza) è iniziare a capire i meccanismi evolutivi (esposti da Darwin) che rendono noi stessi e il mondo in cui viviamo quello che è. Non necessariamente un bel mondo, che però può essere migliorato per mezzo di un’etica consapevole, razionale e condivisa che non fa mistero della natura, della vita e dell’uomo.
Fabrizio Brascugli.

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