Morale ed empatia: dai Bonobo fino a un’etica per il villaggio globale


Recenti studi hanno evidenziato che gli scimpanzé e i bonobo si comportano in modi che potrebbero essere definiti morali, o almeno assimilabili alle basi fondanti di una moralità: ovvero possiedono i blocchi principali di comportamenti etici più complessi come quelli che si possono descrivere negli uomini e nelle donne. Gli studi portati avanti dal professor Frans de Waal, ed esposti nel suo ultimo libro (i Bonobo e gli atei), sono eloquenti. Consolano chi ha perduto un cucciolo, donano cibo ai meno fortunati, si prendono cura di chi ha bisogno, mostrano comportamenti empatici di dispiacere, di senso di colpa. Anche se alcuni potrebbero storcere il naso se tali comportamenti venissero definiti etici in senso umano è fuori di dubbio che queste predisposizioni comportamentali sollevano delle questioni di rilevante importanza. Il fatto che tali atteggiamenti derivino, dal punto di vista scientifico, da una forma di cambiamento evolutivo adattivo solleva la questione della necessità di un dio affinché gli uomini possano avere un codice di comportamento etico. La morale deve discendere necessariamente dall’alto o può essere sviluppata dall’interno nell’ambito dell’individuo, del gruppo di appartenenza? Se altre forme di vita, che non conoscono il concetto di dio, hanno sviluppato comportamenti sociali di cooperazione, comprensione ed aiuto reciproco l’indicazione è che anche per gli uomini (seppur autori di forme di comportamento codificate in leggi e sistemi di convivenza complessi) non vi sia bisogno che la condivisione dei gesti etici sia indotta dall’esterno. Non è una novità che i metodi di cooperazione possano discendere da una scelta condivisa come il contratto sociale (Rousseau), ma se queste forme di convivenza sono lontane dai primordiali approcci empatici di scimpanzé e bonobo molto probabilmente ne rappresentano il continuo in forma strutturata.
Gli studi di Frans de Wall chiariscono che non è necessario credere in un dio per essere persone detentrici di moralità. Senza voler sminuire il lavoro, i possessori di animali domestici potranno sicuramente testimoniare di aver riscontrato comportamenti simili e vicini all’empatia nei loro compagni quotidiani anche se nell’areogramma evolutivo si collocano in una posizione diversa da quella dei primati e dell’uomo, e magari i loro comportamenti rimangono un po’ distanti, nello specifico, da quelli osservati da de Wall nei primati oggetto dei suoi studi.

Accertato quindi che anche gli atei possono possedere un’etica, insieme a bonobo e scimpanzé che non sono una cattiva compagnia, rimane aperta almeno un’altra questione che riguarda coloro che atei non sono e da dove discenda la loro moralità. L’ipotesi più accreditabile è che anche queste forme di etica, che nelle società sono strettamente collegate alla fede, abbiano avuto origine in un periodo in cui la fede non c’era, o almeno non esisteva ancora quella fede che ora le sostiene. Forme di empatia e aiuto reciproco sono passate indenni, storicamente, attraverso l’avvicendarsi di più religioni, credenze o miti tribali ancestrali, società di vario genere e cambiamenti politici e culturali. È la storia dell’umanità a confermarlo sin dai tempi delle prime tribù, anche se dalle parole di Charles Darwin emergono linee di approfondimento complesse: «Non bisogna dimenticare che, sebbene un alto livello di moralità procuri soltanto poco od anche nessun vantaggio ad ogni individuo e ai suoi figli sugli altri membri della stessa tribù, tuttavia un progresso nel livello della moralità ed un maggior numero di uomini bene dotati darà certamente una immensa superiorità ad una tribù sopra un’altra. Non può esservi dubbio che una tribù che racchiude in sé molti membri i quali, possedendo in alto grado lo spirito di patriottismo, la fedeltà, l’obbedienza, il coraggio e la simpatia, fossero sempre pronti ad aiutarsi scambievolmente e sacrificarsi per il bene comune, sarebbe vincitrice di molte altri tribù; e questa sarebbe la scelta naturale. In ogni tempo nel mondo certe tribù ne hanno soppiantate altre; e siccome la moralità è un elemento di riuscita, il livello della moralità e il numero degli uomini nobilmente dotati tenderà così ovunque ad innalzarsi e ad estendersi.» (Ch. Darwin, L’origine dell’uomo, trad. di G. Canestrini, Barion, Sesto San Giovanni-Milano, 1926, pagg. 103-106)

In realtà un vantaggio esterno per il gruppo si ripercuote sui singoli componenti del gruppo stesso ed inoltre la reciprocità del senso morale all’interno della tribù conferisce un beneficio a tutti i membri che potranno godere di un sostegno e di un aiuto che tende a distribuirsi in modo equanime nel tempo. Il paragone non andrebbe fatto con la condizione di solitudine e non tanto sui vantaggi relativi sugli altri membri del gruppo. Dissentire lievemente da Charles Darwin credo sia consentito a coloro che non fanno del dogma uno strumento d’indagine. Un semplice esempio a questo proposito può essere fornito da un gruppo in cui vi è un comportamento virtuoso diffuso che prevede un piccolo sacrificio a fronte di un vantaggio maggiore. Quando sarà il proprio turno di sacrificarsi gli altri avranno il vantaggio di essere accuditi, avvisati di un pericolo o altro. E’ ovvio che il vantaggio complessivo per il singolo individuo sarà sempre maggiore della privazione, del rischio o dello sforzo. Se tutti i membri del gruppo condividono la regola morale di comportamento vi sarà sempre un saldo positivo per tutti, con un rapporto vantaggioso che è in relazione al numero dei componenti. Più la tribù sarà numerosa e più si accresceranno i vantaggi per i partecipanti, anche se questo dipenderà dall’azione solidale nel suo specifico. Per motivi di spazio non è questa la sede per indagare la nascita delle specializzazioni all’interno delle società ma lascio alla fantasia logica del lettore immaginare ipotesi sull’accrescimento delle megalopoli umane. Fino al punto di essere controproducenti? Il lavoro di Emile Durkheim è comunque di riferimento per la divisione del lavoro e “solidarietà” anche in merito alle criticità riflesse di questi sistemi sociali complessi.
Il tutto avviene da un semplice inizio. Parafrasare Darwin oggi è forse fin troppo ovvio, ma il timore non manifesto che qualcosa di giudicato buono possa convivere con un vantaggio e non sia libero dall’interesse personale ritengo sia una sciocchezza tipica dell’assolutismo, perché questo tipo di soluzione agli albori dell’empatia e dei comportamenti altruistici è anch’essa scontata e di semplice comprensione. Un approccio alla scoperta e al sapere scientifico che procede per categorie mentali tra loro rigidamente separate e non comunicanti risente dell’infantile necessità di una sicurezza che si sforza di discernere una realtà molto più articolata.
I primi gruppi erano composti da individui fra loro imparentati e a maggior ragione nessun comportamento sociale sarebbe stato premiato senza un vantaggio di fitness riproduttiva e sopravvivenza per i singoli individui e il proprio patrimonio genetico.  Far finta di niente non è una soluzione.  Quando negli appunti di “Un viaggio di un naturalista intorno al mondo” Charles Darwin scrive dei limiti delle società egualitarie e scrive che “la perfetta uguaglianza delle tribù dei feugini ritarderà per lungo tempo la loro civilizzazione”, risente dell’impronta culturale dell’Inghilterra del suo tempo, idea che cambierà con il corso della sua vita, e trascura il fatto che condividere il cibo in modo equo all’interno di una società riduce il rischio che ogni singolo individuo si ritrovi in condizioni di necessità senza potervi far fronte.
Nel suo e del suo viaggio intorno al mondo scriverà ancora: “[..]quante persone veramente di cuore ci sono, con le quali non si avranno mai più contatti, e che tuttavia sono pronte a offrire il più disinteressato aiuto”. Il viaggio del Beagle e le parole di Darwin spingono a chiederci se può esistere un’etica che esca dalla tribù per radicarsi ed essere condivisa in un mondo globalizzato e complesso, dai numeri impensabili e dalle distanze ridottissime. In un villaggio globale non duole pensare che il “disinteressato aiuto” possa essere scelto e condiviso consapevolmente in modo che sia il disinteresse che l’aiuto (quindi un interesse) vengano contraccambiati da persone che non vedremo mai più.
Fabrizio Brascugli

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